Posto qui questa bellissima intervista letta su www.senzasoste.it
La cordialità e la semplicità sono sempre state le armi di Igor Protti, un uomo che per la maglia amaranto ha dato tutto e di più. Ma quello che ha sempre stupito di lui è la capacità di andare oltre. Guerriero spregiudicato in campo, irascibile e inarrestabile, nel bene e nel male, ha scritto la storia di questa città attraverso i suoi gesti e le sue parole.
Lo ritroviamo a distanza di pochi anni dal suo ritiro, nelle vesti di uomo qualunque, con un senso di responsabilità, una capacità di leggere la vita e la nostra città in tutti i suoi aspetti che dovrebbe far invidia a coloro che, col loro voto, erano contrari a concedergli una cittadinanza che i livornesi, di fatto, gli hanno già regalato da anni.
Come e quando nasce la passione per il calcio in Igor Protti?
Praticamente da quando sono nato: mi hanno raccontato che quando ho iniziato a camminare prendevo a calci tutto quello che rotolava. Ricordo inoltre che, sempre piccolissimo, portavo a letto con me i primi palloni che mi venivano regalati. Penso che sia stato un fatto istintivo, innato.
Quando hai capito che il sogno di fare calciatore diventava realtà?
Ho continuato a coltivare la mia passione nella squadra della mia città natale, Rimini. Ero sempre accompagnato da mio padre che mi portava allo stadio fino a quando, a 16 anni, ho debuttato in C1, sempre a Rimini. Una grande soddisfazione, ma che ancora non significava essere diventato un professionista. Cosa che invece avvenne l’anno successivo, quando fui aggregato alla prima squadra, con allenamenti mattina e pomeriggio, il ritiro il sabato e la partita la domenica. Quell’anno dovetti fare la prima scelta, ovvero abbandonare la scuola “classica”, quella pubblica, per ripiegare su quella privata, al serale. La scelta, ponderata con tutta la famiglia, di diventare un professionista a tutti gli effetti ci fu quando accettai il passaggio al Livorno: una volta che ti trovi a giocare lontano da casa cominci a pensare che la tua passione può davvero diventare un lavoro, anche se a me onestamente non è mai piaciuto pensare al calcio come un lavoro, perché il lavoro è un’altra cosa.
Ti riferisci al fatto che il calcio, a differenza di molti altri sport, ti dà comunque la possibilità di vivere senza essere costretto ad andare a lavorare?
Vivere e anche bene, certo. Anche se il calcio mi ha dato tanto ho il rammarico di non aver saputo conciliare questa passione con lo studio.
Che percezione avevi in quel momento, se riesci a ricordarlo, del mondo dello sport?
Le speranze di un ragazzino, dove lo sport è fatto di meritocrazia e di regole uguali per tutti.
E del mondo del lavoro, della società e della politica?
Quello vero, parlo del lavoro, l’ho vissuto di riflesso con la mia famiglia e lo vedevo come un mondo di grandi sacrifici fatti per portare a casa la possibilità di vivere in maniera onesta e dignitosa. Pér quanto riguarda i problemi sociali, sai, da ragazzino vivi nel tuo mondo e pensi a giocare a calcio, non hai un pieno contatto con certi problemi. Con la politica invece ho sempre avuto più un rapporto di tradizione, lo sai... (risata di entrambi)… in famiglia si respirava un’aria di un certo tipo e mio padre mi ha trasmesso le sue idee politiche, i suoi valori.
Come vedevi allora il mondo del tifo, si viveva il boom del movimento ultras?
La passione per il pallone era innata ma, come ti ho detto, mi sono innamorato del calcio andando allo stadio con mio padre, guardavo 5 minuti la partita e 10 il tifo. Uno stadio senza i colori degli striscioni ed i cori non ha lo stesso significato di uno vuoto. Credo che tutto questo mi sia rimasto dentro nel momento in cui sono diventato un calciatore, perché mi sono sempre legato a chi mi faceva un coro, gioiva e soffriva con me.
Ed oggi Protti che percezione ha dello sport?
Non quella di quando avevo 18 anni, è normale. Sembra dimostrato che nel calcio ci fosse qualcosa che non andava. Spero che con tutto quel che è venuto alla luce venga totalmente cambiato e migliorato, anche se, “totalmente”, nel 2007 è difficile.
La politica?
Come sempre, è una tradizione, anche se devo essere sincero un poco più annacquata perché ho la sensazione che la politica…(ridiamo) non abbia tutti questi valori.
Non fai distinzione tra politica e ideologia?
Si, è una distinzione chiara, anche perché la politica oggi è tutto meno che ideologica, però credo che non debba comunque essere esageratamente motivo di divisione. Mi piace che la gente abbia delle idee ben radicate ma sempre nel rispetto di quelle altrui.
Se tuo figlio ti chiedesse cos’è un terrorista, cosa gli risponderesti?
L’opinione pubblica dice che il terrorista è legato comunque alla follia. Non so, essendo una persona che abolisce e odia ogni forma di violenza, mi sento anch’io di associare le due cose e quindi di condannarlo. Credo però che in generale, non solo legato a questo caso specifico, quando mi farà certe domande cercherò di aiutarlo a capire, leggere e valutare, quindi farsi una propria opinione. E’ chiaro però che se una persona subisce un sopruso e a questo sopruso reagisce in maniera molto violenta non posso dire che va bene, assolutamente, ma non posso neanche appoggiare chi commette il sopruso.
E quindi se ti chiedesse come fa un generale ad esportare la democrazia con le bombe?
Con me sfondi una porta aperta, io farei volentieri a meno di tutti e due. Mi sento tanto piccolo di fronte ai problemi del mondo! Quando si parla di guerra si sa dove si inizia ma non dove si finisce, chi ha cominciato prima e chi dopo. So solo che nel 2007 si dovrebbe tirare un riga e farla finita con tutti i conflitti. Chi intende erigersi a esportatore della democrazia mi sembra comunque presuntuoso. Intanto sarebbe bene essere democratici, ma davvero, nel nostro paese, anziché riempirsi la bocca di una parola vuota.
Pensi che il tuo “io” abbia inciso nella tua carriera?
Dal punto di vista economico, sicuramente. Se avessi fatto scelte più “professionali” però avrei ricevuto meno da quello sportivo e da quello personale, dai rapporti e dagli affetti.
E il tuo rapporto con la burocrazia del calcio? Se tu fossi stato più “morbido”, avresti ottenuto di più?
Questo non posso e non voglio dirlo, voglio pensare e sperare che se ho o non ho ottenuto è solo per merito o per demerito mio. Se poi altri lo pensano o lo dicono è una cosa, non posso farlo io. (lo diciamo noi, Igor!)
Oggi come vivi il tuo essere Protti?
Nel modo che desideravo, ossia da persona normale, stando vicino ai miei figli, curando un’attività. Per il mio passato mi capita spesso di essere coinvolto in progetti sociali e beneficenze, non ho mai amato tanto apparire perché credo più nelle cose fatte nell’ombra. Però alla fine ho capito che è una mia contraddizione: se il personaggio frutta di più al fine è giusto che sia così, forse.
Insomma, torniamo al Protti calciatore, parti da Livorno, fai una grande carriera e poi ritorni, perché?
Perché Livorno è stato il filo conduttore della mia carriera, da qui sono partito e qui ho finito, un cerchio che si è chiuso. Mi sono innamorato. Ho sempre legato molto nei posti in cui sono stato a lungo, Bari, Messina… però dentro di me ho sempre avuto la voglia di tornare in una città che mi ha dato tanto dal punto di vista umano. A 18 anni sei un “bimbo” e non è facile stare lontano da una famiglia molto unita come la mia. Livorno mi ha accolto a braccia aperte.
Come l’hai trovata quando sei tornato?
Una città di grande passionalità, dove magari ci sono realtà giovanili di disagio, di difficoltà e che allo stadio vengono portate all’attenzione della gente, magari anche in maniera forte e provocatoria. Però la curva è sempre un posto dove c’è aggregazione, non solo di giovani, ma anche da parte delle famiglie, che in curva ci vanno.
Come hai convissuto con le contraddizioni di questa città?
Ci sono state situazioni particolari sicuramente (ridiamo…), però nessuno mi parli male di Livorno perché mi ha dato tanto e alla fine mi rendo conto che sarebbe stupido pensare che non dovrebbe avere anche dei difetti. Certo che le “chiacchiere”, che alcune “voci” false messe in giro da chi ti vuole male possano in poco tempo diventare verità solo perché fanno notizia, sono un difetto che si dovrebbe cercare di eliminare.
Da calciatore acclamato come il capo degli ultrà, come hai vissuto il mondo ultras?
Qui a Livorno è stato splendido, si era creato un rapporto tra giocatori e curva straordinario. Ogni mondo ha i suoi aspetti positivi e negativi, però degli ultrà si parla solo degli episodi di violenza, che come ti dicevo non amo, mentre si ignorano quelle iniziative fatte per dare una mano a chi è in difficoltà.
C’è stata secondo te un’esasperazione di questo fenomeno, da una parte presentandolo come pericolosità sociale assoluta, dall’altra trasformando la folkloristica scazzottata, raccontata anche dai nonni, in episodi a volte allucinanti?
Parto dal presupposto che si vince con la testa e non con le mani (ho fatto pure uno spot…), e ne sono convinto. Comunque sì, leggendo i libri e ascoltando i racconti di chi stava sugli spalti 30 anni fa sembrava così: cose che succedevano, i derby, le tifoserie mischiate… Oggi è diverso, due schieramenti, uno da una parte uno dall’altra, la militarizzazione nel mezzo. Non so oggi cosa succederebbe se fosse altrimenti, se sarebbero due schiaffi come un tempo. C’è tanta esasperazione e lo abbiamo visto: razzi, coltelli… Qualcuno ci ha peso pure la vita.
Però c’è una parte del mondo ultras che ripudia certi metodi.
Ricordo e sono felice di aver sentito e visto questo nelle riunioni a Livorno in passato.
Non credi che gli stadi a volte servono per riempire i tg e non parlare d’altro?
Spesso è stato così e non solo per gli stadi. È una sensazione che ho avuto e che ho tuttora.
Tu come hai vissuto lo scandalo Moggi?
Non ho ancora capito perché, se abbiamo accertato delle colpe, siamo andati gradualmente a scalare sempre di più le pene.
E la scelta della curva nord di contestare la nazionale, per non seppellire questa vergogna?
Una decisione da rispettare. Ognuno deve essere libero di pensarla come vuole.
Però c’è chi ha detto che per questo fatto la gente non va più allo stadio.
No, il calo di spettatori avrà almeno 100 motivi, ognuno poi avrà il suo… ma la curva la vedo sempre piena con la solita passionalità (ridiamo... forse con orgoglio)
Protti si è ritirato e le Bal si sono sciolte. Credi che a Livorno sia finita un era?
Libero ognuno di credere che sia meglio o peggio per entrambe le cose, ma penso che abbiamo vissuto un momento particolare negli anni di C e B, e forse qualcosina non c’è più…
Ho la sensazione che quando parli ti trattieni un po’, forse perché cosciente del peso che possono portare le tue parole. È così?
Sì, so che hanno un peso. Mi sento sempre responsabile.
Ricordando quel magnifico attimo in cui hai lasciato la fascia del capitano a Cristiano, se tu dovessi passare quest’intervista a qualcuno, a chi la passeresti?
Mi sarebbe tanto piaciuto passarla a mio padre, una persona che per me ha rappresentato molto. Anche se la sua presenza fisica, purtroppo, mi ha lasciato troppo presto, l’ho sempre avuto con me in ogni momento. Facciamo quindi come per la fascia? (L.B.)