martedì, 18 novembre 2008


- mareggiate -


Solo in spiagge assolate

In attesa delle mie mareggiate


Cammino ramingo avvolto in placidi pensieri

Percorrendo le orme di chi prima di me è passato

Oggi come ieri


E ascolto il rumore delle onde

Di bianco spumeggianti

Di ridondanti rumori rassicuranti


E mi distendo fra granelli di sabbia bianca

L’anima stanca

Lo sguardo al cielo

Di verde e di blu

Lascio un pensiero

E mi accorgo che non ci sei più


(foto tratta da: flickr.com/photos/angeldevil_ )
lunedì, 17 novembre 2008

- vorrei essere lì -

in spiagge

distesi

nei pensieri

sospesi


bianchi cubi di luce

arroccati su neri scogli di lava

una lingua di fuoco

il corpo di strongyle scava


e mentre il profumo del mare

corpi di bronzo avvolge

il continuo pensare

di righe vergare

flutti marini nell'anima ondeggiare




(foto tratta da: www.flickr.com/photos/strongyle )
venerdì, 14 novembre 2008
Sms

Guarda fuori la luna

è fantastica

ti illumina accarezzandoti il viso

discreta e silenziosa

ti rispetta e ti accudisce

(foto tratta da: www.flickr.com/photos/farocchia )

postato da: fuoridallamassa alle ore 21:20 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, sms , deliri, amici, amicizia, notte, luna
venerdì, 14 novembre 2008
Tratto da repubblica.it

G8, sentenza choc sul massacro della Diaz
Vertici polizia assolti. L'aula: "Vergogna"

Nell´aula bunker il dolore e lo stupore della gente. "Siete per sempre coinvolti"

di Wanda Valli

Sentono quella parola "assolti" per i vertici della polizia, sentono le cifre: 2500 euro, 3000 euro, per i loro ragazzi pestati a sangue nella notte della Diaz, e scattano: "Vergogna", urlano dal pubblico, fatto di madri, padri, sorelle di quei giovani. Sono le nove e mezzo di sera, il processo sui fatti della scuola Diaz, su quello che accadde là dentro nella notte tra il 21 e il 22 luglio del 2001, è appena finito.

Assolti i vertici della polizia ora saliti a incarichi ancora più importanti, assolti Francesco Gratteri, che guida l´Antiterrorismo, Giovanni Luperi ora al servizio analisi dell´ex Sisde, Gilberto Caldarozzi capo dello Sco, il servizio centrale operativo, assolto Spartaco Mortola che dalla Digos di Genova è passato a Torino come vice questore. Assolti per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, legge il presidente della prima sezione del Tribunale, Gabrio Barone.

Condannati a 35 anni e 7 mesi totali contro i 109 chiesti dall´accusa, gli altri, agenti e graduati, anche capi, come Canterini, come Michelangelo Fournier che avrebbero realizzato da soli la storia delle molotov introdotte nella scuola, per usarle come prova contro chi là dentro dormiva, che avrebbero picchiato e malmenato - lo hanno dichiarato loro stessi, a cominciare da Fournier che parlò di "macelleria messicana" - per senza aver ricevuto ordini dall´alto.

E qualcuno non ci sta. Enrica Bartesani, madre di Sara, che allora aveva 21 anni e adesso vive a Parigi lavora in teatro, cerca di dimenticare quello che le tormenta l´anima, mette al collo un cartello con una frase tratta dalla "Canzone del maggio" di Fabrizio De Andrè "Anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti". Enrica e gli altri che la imitano, ripete quei versi: «è l´unica verità, non riusciranno a uscirne indenni». E´ la stessa canzone che un ragazzo con la chitarra suonava la mattina dopo, una domenica mattina di sette anni fa, di fronte alla Diaz, alla palestra con le tracce di sangue per terra, con i calcinacci, con i detriti. Vittorio Agnoletto, europarlamentare di Rifondazione che ha seguito tutto, adesso urla nell´aula "Hanno ucciso la Costituzione, questa è la patria dell´impunità", e Mark Covell che rischiò di morire per il torace sfondato, spiega in inglese: «Mi dispiace per l´Italia, adesso vivete in una dittatura».

Lorenzo Guadagnucci, giornalista, anche lui ferito alla Diaz, sembra smarrito. Dice: «E´ un fallimento per loro, io esco a testa alta da questo Tribunale, gli imputati, se ci fossero stati, se avessero avuto almeno questa dignità, non potrebbero uscire così. Mi hanno detto di aspettare, l´ho fatto per sette anni, si poteva ancora sperare di salvare qualcosa, ma non così».

Così non resta che la rabbia, le lacrime di ragazze con le treccine rasta, lo stupore di Lena, giovane no global tedesca che ha avuto un polmone perforato e adesso si fa tradurre quello che la giustizia italiana ha deciso. E poi c´è lei, quella donna disperata che si sporge sopra le transenne, che urla tutta la sua rabbia. «Avete archiviato tutto per Carlo Giuliani, e adesso i nostri ragazzi picchiati, in un lago di sangue li avete valutati 2500 euro, vergognatevi, avete sputato addosso a sette anni di sofferenza».

Haidi Giuliani è poco distante, quasi rassegnata, lei da tempo ha fermato la speranza, lei non si stupisce. Eppure nelle lunghe ore di attesa, l´idea che sarebbe andata a finire così si era fatta strada. Vittorio Agnoletto lo temeva: «se dovessero assolverli si darebbe il via libera a azioni impensabili». Daniel il giovane tedesco fotografato con il volto pieno di sangue, raccontava che lui non aveva potuto vedere l´agente che lo picchiava «perché aveva il viso coperto».

Arnaldo Cestaro ha messo al collo il suo fazzoletto rosso da partigiano, Gwyn Readgers, è venuto per aiutare Mark, da Londra dove è il presidente dello Speakers culb, il club degli oratori, perché «amo i diritti umani e sono qui per questo», alla fine sarà anche lui tra quelli che urlano "vergogna", in italiano.

E fuori, dopo lo choc di una sentenza inattesa, molti si fermano. Sono scomparse le sagome alte due metri che raffiguravano agenti con il manganello, create dai giovani del Genoa Legal Forum, sono arrivati loro, a vedere «se la giustizia è uguale per tutti». E´ lo stessa frase che, durante l´attesa, ripetono tutti. E´ la speranza. Delusa.

(hanno collaborato Erica Manna, Laura Nicastro e Raffaele R. Riverso) 
(14 novembre 2008)
giovedì, 13 novembre 2008


- inverno -


non voglio sentire rumore

d’infinite gocce di pioggia

in eterno

 
inverno

non mi torturar

tu

che d’umidi reumatismi

scavi la fossa

per le mie ossa

 
inverno

sai di freddo

tu che quando arrivi

nei letti di risvegli tardivi

sembri un notturno

sempiterno



(foto tratta da: www.flickr.com/photos/lucahn )
mercoledì, 12 novembre 2008


da repubblica.it

Quelli della Diaz: le verità negate


La notte nera della democrazia

di GIUSEPPE D’AVANZO

Quelli della Diaz: le verità negate La notte nera della democrazia
UNO STATO che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata “forza dell’ordine”. Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici”. Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola “Diaz”, durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.

* * *

Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei “gruppi scelti” della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.

Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta “chiudendo” la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l’accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i “tonfa” o “telescopic baton”, più che un manganello un’arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: “può uccidere”, se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: “You are black bloc, we kill black bloc” (”Tu sei un black, noi ti uccidiamo”).

Covell cade finalmente a terra. E’ semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i “celerini” che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall’indifferenza, in quell’angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E’ ancora aperta l’indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L’accusa: tentato omicidio).

* * *

Distruggere. Annientare. E’ con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, “un vecchietto”, è sulla destra dell’ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i “tonfa”. Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo.

Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un’ultima “provocazione” mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: “Noi siamo pacifici, niente violenza”. “Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?”, dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).

Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è “aperta” come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida “Basta!”. Raggiunge la ragazza. “La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un’autoambulanza”. (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra).

Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: “Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C’era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch’io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto “Poverina!” e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello”. Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: “Dì, che sei una merda”. Mentre colpiscono gridano: “Frocio!”, “Comunista!”, “Volevate scherzare con la polizia?”, “Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!”.

Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. “Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero”. La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. “Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata”.

Dei 93 ospiti della “Diaz” arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).

* * *

Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: “Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all’autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini”. Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell’ingresso della scuola, “nella disponibilità degli occupanti”.

* * *

Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all’epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l’assalto (la “perquisizione”) fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c’è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.

Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai “celerini”. Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c’è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di “alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant’altro”. Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati “abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio”.

Nella scuola non c’è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c’erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.

* * *

In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.

E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell’assalto alla “Diaz” non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte “criminali” a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l’omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un “diritto di polizia”. Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell’ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l’altro diventa un “nemico” da annientare.

(10 novembre 2008)
martedì, 11 novembre 2008
Gabriele vive, e da un anno esatto aspetta Giustizia.
E tutti noi non lo dimenticheremo mai, assassinato da un colpo di pistola di Luigi Spaccarotella.

lunedì, 10 novembre 2008



Dai tuoi amici, per sempre.
Io non posso esserci, ma sono lì con la mente, e ti dedico un altro post, Pedro, a pochi minuti dal Nostro ultimo saluto.


...e tutti noi anche oggi,
 in un giorno che mai avremmo immaginato, dobbiamo essere felici, orgogliosi e fieri d' avervi fatto parte... ma rimangono vivi e saldi dentro ciascuno di noi quei valori e quello spirito che sempre ci hanno contraddistinto.

Grazie a tutti.


Anche a te, Pedro.
lunedì, 10 novembre 2008
  

Berlusconi, con le tue dichiarazioni sul nuovo Presidente americano Barak Obama ti sei dimostrato un fascista naturale e un razzista incontinente.
Limitati a leggere quello che ti dicono di dire e non cercare di usare la materia marrone (non grigia, magari...) che hai dentro la testa.
Posa ì fiascooooo!!!!



Per Carla Bruni invece: visto che hai rinnegato il nostro Paese, snobbina con la puzza sotto il naso e mantenuta senza vergogna, non ti permettere di fare certe dichiarazioni, sebbene su chi le hai fatte non meriti altro. Perchè un italiano qualunque avrebbe potuto dirlo, te adesso, gentilmente, "mariti e buoi dei paesi tuoi", parafrasando un detto Italiano. 
Intelligenti si nasce, non si diventa
.
giovedì, 06 novembre 2008

A volte arrivano notizie che ti sconvolgono, perchè riguardano persone con le quali più o meno direttamente hai condiviso gli anni più belli della tua vita, perchè sono persone che, come te, hanno creduto in dei valori, in degli ideali, in uno stile di vita che solo la Fossa dei Leoni ha saputo trasmetterci e rendere indelebili dentro tutti noi che ne abbiamo fatto parte.
Se n'è andato un altro Leone, un altro Ultrà, un compagno di mille partite, vicine e lontane, ma sempre con la FOSSA nel cuore, nello stile, e nel portamento.

Ciao Pedro, il tuo ricordo rimarrà indelebile nei ricordi di tutti noi Leoni.
giovedì, 06 novembre 2008

Spendo due parole sulla "compagna" Sabina Guzzanti.

In questi giorni sta portando in giro per l'italia il suo spettacolo "Vilipendio"; generalmente ho sempre condiviso il suo modo di fare satira, forte, schietto, deciso, senza risparmiare epiteti giustamente poco rispettosi verso la classe/casta politica italiana che governa maldestramente (per dirla con un eufemismo) il nostro paesello italico.

Una parola quindi l'ho spesa, di rispetto, di generale condivisione delle sue visioni politiche, ma la seconda parola vorrei spenderla (sì, perchè spenderò solo quella, nient' altro) sul costo dei suoi spettacoli.
Dei biglietti che vanno da un minimo di 24 € a un massimo di 40 € (più, immagino, la prevendita che non costa mai poco...) non sono proprio dei prezzi da "compagna".

C'è chi mi dice che stupido è chi va a spendere quei soldi, accettandone il prezzo, non l'entourage di lei, che nell'insieme dell'organizzazione del tour, arriva a far costare il tutto quelle cifre.
E poi, ah beh, la Guzzanti fa gli spettacoli in piazza, come oggi a Firenze. Sì, l'eccezione che conferma la regola.
Ma, da una che si dichiara compagna, mi sarei aspettato dei prezzi "popolari", ma nel vero senso della parola.
Perchè la gente, con 40 €, ci fa la spesa per una settimana o più, con i tempi che corrono.
Voi direte "beh, libero di scegliere se andarci o no". Io invece dico, se facesse spettacoli comici, tragici, o comunque qualsiasi tipo di spettacolo che nulla a che a vedere con una fede politica, non avrei nulla da ridire.
Ma dove ci sono degli ideali che riconducono all'essere compagni, di sinistra, di una sinistra anticonformista e più vicina alla gente normale, ecco, alora forse andrebbero adeguati a dei prezzi che la gente normale si può permettere.

I compagni veri fan prezzi popolari, non un foglio da 50 €.

I miei amici dei Malasuerte Fi Sud ai loro concerti "attivi e impegnati" politicamente, o non fanno pagare nulla, o un obolo simbolico.

Questi sono i Compagni.