venerdì, 18 settembre 2009


NON EROI, MA LAVORATORI

Ieri sera, appena è partita la sigla del tg2, questo è quello che ho pensato leggendo i titoli di apertura: "morti per la pace". No, non è vero, non sono morti per la pace, sono morti per una missione di guerra che le potenze internazionali stanno facendo per imporre il loro controllo su un paese, l'Afghanistan, crocevia di importanti commerci altamente remunerativi (prima di tutto l'oppio) e punto strategico per i rapporti di forza fra super potenze. Questi militari non sono eroi, sono dei professionisti che vengono pagati per quello che fanno, un lavoro, e che corrono dei rischi dei quali sono bene a conoscenza, e per correre i quali vengono retribuiti. Eroi per me sono persone come Garibaldi, come Ernesto Guevara: chi ha combattuto e perso o rischiato la vita per affermare un ideale, per i diritto di un Popolo, non chi è solo, e purtroppo per lui, una pedina da muovere del risiko internazionale.
La retorica che i media propinano a tutti da quando è arrivata la notizia dell’attentato di Kabul è ipocrita, come lo sono i commenti dei politici che, dalle loro comode stanze dei bottoni, mandano al macello le vite delle persone. Io è da molto tempo che non credo più alla novella dell'esercito italiano impegnato nella lotta contro il terrorismo e intento a costruire ospedali e scuole. E non credo da tantissimo tempo che gli attacchi dell’11 settembre possano essere stati pianificati da una persona che nei dieci anni precedenti aveva avuto, a livello familiare, importanti affari e interessi economici in comune con la famiglia Bush. 
Secondo voi, se avete dei problemi in famiglia fra, ad esempio, vostro padre e vostra madre, accettereste che uno sconosciuto vi sfondi la porta di casa, entri, e pretenda d'imporre la sua soluzione al problema familiare, e che finchè non viene accettata rimane in casa vostra e si comporta come fosse casa sua, dando ordini e imponendo comportamenti nella vostra più profonda intimità?
Non credo. Come non credo, quindi, che si debba parlare di terrorismo, ma piuttosto di resistenza verso un invasore straniero che vuol imporre la sua legge e magari anche la sua cultura per dei meri tornaconti economici personali.
E si badi bene. Io rispetto l'atrocità della morte, nessuna vita può essere ricompensata in nessun modo, una volta persa. E rispetto anche il dolore dei familiari. Ma che non vengano mitizzati come degli eroi, perchè il loro rischio professionale esiste tanto quanto esiste quello dell'operaio che cade da 30 metri d'altezza durante la costruzione di un palazzo e poi, siccome non è regolare, e magari con la caduta muore, viene cementificato nei piloni del palazzo. O come i raccoglitori polacchi di pomodori in puglia, seppelliti nei campi dove crepano di inedia e di fame. I militari italiani sono in afghanistan perchè l’Italia è impegnata in una guerra imperialista il cui scopo era e rimane quello di mettere un governo fantoccio a controllare un territorio sul quale dovrebbe passare uno dei più importanti corridoi energetici che dalle repubbliche caucasiche porterà il gas fino al mediterraneo, aggirando così il gigante russo.
Questa è una missione di pace?
Per me, è una missione di guerra per i soldi.
giovedì, 10 settembre 2009
tratto da: www.senzasoste.it

Fenomenologia Di Mike Bongiorno

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L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigo­rifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com'è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasti­camente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di posseder-lo un giorno.
La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l'everyman. La TV presenta come ideale l'uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Greco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda unculto; Josephine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un'epoca. In TV appare a più riprese il volto magico di Juliette Greco, ma il mito non nasce neppure; l'idolo non è costei, ma l'annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e famosa sarà proprio quella che rappresenta meglio i caratteri medi: bellezza modesta, sex-appeal limi­tato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività.
Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rap­presenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota boutade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascu­no — per l'uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si tro­va immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La "medietà" aristotelica è equilibrio nell'esercizio delle pro­prie passioni, retto dalla virtù discernitrice della "pruden­za". Mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.
Il caso più vistoso di riduzione del superman all'every­man lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta uni­ta (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o fin­zione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.
Per capire questo straordinario potere di Mike Bongior­no occorrerà procedere a una analisi dei suoi comporta-menti, ad una vera e propria "Fenomenologia di Mike Bongiorno", dove, si intende, con questo nome è indicato non l'uomo, ma il personaggio.
Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlan­do, un grado modesto di adattamento all'ambiente. L'amore isterico tributatogli dalle teen-agers va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intrav­vedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.
Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressio­nare lo spettatore, non solo mostrandosi all'oscuro dei fat­ti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.
In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primiti­va ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la me­todologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l'uomo non predesti­nato rinunci a ogni tentativo.
Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illi­mitata verso l'esperto; un professore è un dotto; rappre­senta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza.
L'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quan­do, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.
Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore ("Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!").
Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le im­pietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: "Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?".
Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: "Scusi, signora guardia...") usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: "si­gnor spazzino, signor contadino".
Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d'Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).
Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È pa­terno e condiscendente con gli umili, deferente con le per­sone socialmente qualificate.
Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosi­na che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l'unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).
Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sem­pre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è ri­gorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neo-posi­tivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all'occasione, egli potreb­be essere più facondo di lui.
Non accetta l'idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabuc­co e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fer­mamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di con­seguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica.
Mike Bongiorno è privo di senso dell'umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l'interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si na­sconda una verità, comunque non lo considera come vei­colo autorizzato di opinione.
Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non man­ca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa... "Mi dica un po', si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos'è di preciso questo futurismo?"). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l'opinione dell'altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.
Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: "Cosa vuol rappresentare quel quadro?" "Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?" "Com'è che viene in mente di occuparsi di filosofia?".
Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze co­lorate e la coda di cavallo è "bruciata". Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe di­ventare come l'altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l'educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare pe­rifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas ap­partengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l'artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quan­do la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provo­cazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei cri­tici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l'uo­mo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta por­tando la gaffe a dignità di figura retorica, nell'ambito di una etichetta omologata dall'ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.
Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortafo sull'esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.
Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rap­presenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiun­gere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.
 
Umberto Eco, Diario Minimo, 1961
lunedì, 07 settembre 2009
Per gli amici di Splinder e tutti gli altri...rime su Berlusconi trovate in rete!



Lo chiamavano Bocca Mafiosa
 portava l'amore portava l'amore
 lo chiamavano Bocca Mafiosa
 portava le gnocche a Villa Certosa
 
 appena egli scese in campo
 contro le forze della sinistra
 tutti si accorsero in un lampo
 che era un colluso ed un piazzista
 
 chi fa politica per un ideale
 chi se la sceglie per professione
 Bocca Mafiosa né l'uno né l'altro
 lui per scampare alla prigione
 
 ma la passione spesso conduce
 a soddisfare le proprie voglie
 a frequentare le minorenni
 fino a tradire la propria moglie
 
 e fu così che da un giorno all'altro
 Bocca Mafiosa subì l'affondo
 degli scoop de La Repubblica
 e dei giornali di tutto il mondo
 
 ma tutti gli uomini del Presidente
 con una strategia surrettizia
 sui tg e nelle televisioni
 non diffondevano la notizia.
 
 Si sa che la gente mantiene il silenzio
 come Mills fece per l'assistito
 si sa che la gente mantiene il silencio
 se tale silenzio è retribuito
 
 così una escort mai stata ministra
 che le parole del premier registra
 si recò alla procura di Bari
 a testimoniare sui loschi affari
 
 e rivolgendosi al Cavaliere
 e all'avvocato suo faccendiere
 disse "le cose che ho rivelato
 saran valutate da un magistrato"
 
 e quelli andarono da "Il Giornale"
 e rilasciarono un'intervista:
 "quella schifosa c'ha qualche mandante
 sicuramente un comunista"
 
 "E arrivarono a diffamarmi
 questi cosacchi questi cosacchi
 se qualcuno vuole incastrarmi
 risponderò con le mie armi"
 
 il senso etico non è una dote
 di cui sian colmi i politicanti
 ma quella volta a difendere Silvio
 non si schierarono tutti quanti.
 
 Dietro al suo culo c'erano tutti
 Minzolini, Fede, Gasparri
 con una lingua talmente asciutta
 che sembravano dei ramarri
 
 ad osannare chi da trent'anni
 con le sue imprese, con le sue imprese
 ad osannare chi da trent'anni
 condiziona tutto il paese
 
 c'era un cartello giallo
 con una scritta nera
 diceva "candidami alle europee
 te la do se mi fai far carriera".
 
 ma gli scandali di Berlusconi
 che siano tangenti o che sian condoni
 nella Repubblica delle Banane
 durano solo due settimane
 
 e all'occasione successiva
 con altre zoccole si divertiva
 chi ebbe un lavoro chi ebbe una spilla
 lui solo in mezzo a tante Brambilla
 
 persino il parroco lo disprezza
 per la sua lotta all'immigrazione
 lo spot effimero della monnezza
 il nucleare, la sicurezza
 
 e con Obama neopresidente
 inevitabile è il paragone
 a loro un giovane vincente
 a noi un maniaco col pannolone!
postato da: fuoridallamassa alle ore 12:32 | Permalink | commenti (1)
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